"Rimetti a noi i nostri debiti", una invocazione che precede un solenne impegno: "come noi li rimettiamo ai nostri debitori". Nell'anno del Giubileo non si può non ascoltare il grido della stragrande maggioranza dell'umanità.
Ai cristiani d'ogni continente viene chiesto di farsi "voce di chi non ha voce", proponendo in occasione dell'Anno Santo del Duemila una rilevante riduzione, se non il definitivo condono, dell'asfissiante debito internazionale che enormemente pesa sul futuro di intere nazioni.
Le statistiche economiche offrono dati che lasciano senza fiato: 2.400 miliardi di dollari, a tanto ammonta la sempre galoppante esposizione finanziaria internazionale dei paesi troppo eufemisticamente definiti "in via di sviluppo". Una cifra che mai gli "ultimi della terra" potranno rifondare. Lo prova la forbice che separa la percentuale d'indebitamento dal reddito pro capite. In fondo al baratro resta il Mozambico che deve fronteggiare un "debito verso estero" che supera di quattro volte il prodotto interno lordo: il 432 per cento del Pil. Una situazione drammatica che costringe il poverissimo paese africano a spendere per il debito il doppio di quanto investe nell'istruzione, nonostante centinaia di migliaia di bambini analfabeti.
Quale futuro per questi popoli? Mancano cibo, scuole e ospedali. Ma abbondano guerre e faide di potere. E' sufficiente il sostegno che il Fondo monetario internazionale destina ai paesi in sottosviluppo?
A giugno del '99 gli Stati più industrializzati del mondo hanno deciso di raddoppiare fino a 70 miliardi di dollari l'entità complessiva del debito condonato. Solo in apparenza una cifra enorme: in sette anni quello che sembra un eccezionale atto di solidarietà costerà ai paesi del G7 solo lo 0,0027 per cento del Pil.
Il Grande Giubileo del Duemila rinnova a ciascuno la necessità di scelte "giuste", un richiamo severo all'uomo del nostro tempo, perché il suo sguardo e le sue orecchie sappiano cogliere le dolorose disuguaglianze e le crescenti ingiustizie. Soprattutto perché la sua volontà sia seriamente orientata alla cancellazione di ogni disparità.
Diventa forte quest'interrogativo per ogni occidentale che si ponga nel crocevia delle esigenze, bisogni, di chi ha meno, di chi deve sopportare il peso di un'esistenza sottoumana, in una parola insostenibile.
Vi è stato un lungo coro di persone, dal Papa al leader della band irlandese U2, dal Fondo Monetario Internazionale al G7, che hanno cercato di sensibilizzare, fare breccia nella indifferenza a volte di un capitalismo selvaggio che dimentica "l'Altro", che sfrutta i due terzi delle risorse del pianeta, che reclude i paesi del Terzo Mondo a sostenere la propria esistenza e sopravvivenza con le briciole di ciò che rimane di un patrimonio comune. Una condanna alla fame. Ma non al silenzio e alla speranza vana.